Corriere della Sera
1 gennaio 1999
 


ITALIA La letteratura salvata dagli stranieri 
di Cinzia Fiori


   «Arrivò Scanderbeg, dove arrivò? Arrivò con la sua moto nel burrone del Varchijuso, dove a malapena si scendeva a piedi. Arrivò Scanderbeg e mi chiamò con gli occhi: vieni, Lidia, vieni». Lingua italiana, musicalità delle rapsodie popolari arbëresh. Un antico idioma balcanico, tuttora parlato dagli albanesi fuggiti in Calabria secoli fa, piega l'italiano di Carmine Abate a soluzioni inaudite. E questo è soltanto un esempio, tratto da un romanzo, La moto di Scanderbeg, che per un soffio non è entrato nella cinquina del Campiello. Come Abate, anche Muin Madih Masri e Younis Tawfik scrivono in una lingua diversa dalla loro lingua madre: l'italiano che hanno imparato a scuola o vivendo qui. Il primo, palestinese, ha pubblicato una lunga fiaba araba, ambientata nel periodo della guerra dei Sei giorni. Nel Sole d'inverno, questo è il titolo, l'esotismo è un morbido inganno che avvolge il lettore conducendolo di fronte a mali e dolori mai sanati. Tawfik, nato in Iraq nel '57, esordisce ora con un vero e proprio romanzo, La straniera. Il suo linguaggio è ordinario, ma il procedere ellittico della narrazione, i ricorrenti sfoghi in prosa poetica creano una contaminazione fra modelli classici arabi e la modernità di una storia d'integrazione nella Torino d'oggi. «Uno straniero non è mai felice fino in fondo», scrive Younis Tawfik. «Perfetto è quell'uomo per cui l'intero mondo è un paese straniero», dice con Abate il figlio di Scanderbeg. Esperienze diverse, come diversa è la narrativa italiana che, spinta dai cambiamenti sociali, verrà. «Un anno fa, incuriosito dalle cose bizzarre esposte, entrai con mia moglie in un grande magazzino - racconta Edoardo Sanguineti -, c'erano cibi e abiti esotici provenienti da ogni parte del mondo. Soltanto dopo un po' mi accorsi che eravamo gli unici bianchi in mezzo a tanta gente che affollava il negozio. Ma ciò che più mi colpì, fu l'osservare come queste persone, non avendo altra lingua in comune, parlavano italiano. Pensai allora al curioso destino di una lingua, la nostra, di area tutto sommato limitata, che diventava una sorta di esperanto per un numero di persone destinato a crescere. Inizia un'altra storia dell'italiano, che non potrà non avere riflessi letterari, anche se i tempi saranno lunghi». Non che i tre autori citati siano i primi a scrivere in una lingua imprestata: Tim Parks, Giorgio Pressbuerger, Bamboo Hirst sono soltanto tre esempi italiani di un'esperienza che trova riscontro in casi, anche celeberrimi, di tutta la narrativa novecentesca: Conrad, Nabokov, Beckett, Brodskij... Ma di casi, appunto, si trattava, o perlomeno così venivano percepiti. Finché i tempi non maturarono, al punto da indurre Salman Rushdie al seguente bilancio: «Penso sia possibile cominciare a teorizzare l'esistenza di fattori comuni fra scrittori provenienti da paesi poveri o minoranze sottomesse in paesi ricchi e dire che buona parte delle novità della letteratura mondiale provengano da tali gruppi». Lo scrisse nel 1983 in un articolo intitolato «Perché non esiste una letteratura del Commonwealth» (poi raccolto in Patrie immaginarie). «Di fatto - ricorda l'anglista Claudio Gorlier - finiva per affermare che tale letteratura esisteva. Scrittori come Naipaul, Ishiguro, Rushdie stesso, hanno arricchito una tradizione narrrativa che già era forte in Inghilterra, introducendo un modo diverso di raccontare e di vedere il mondo. Ma la realtà di quegli immigrati era diversa dalla nostra. Venivano dalle ex colonie britanniche, dove l'inglese era normalmente usato per comunicare. Chi arriva da noi, invece, non conosce l'italiano. Perciò se mi aspetto un cambiamento è dalla seconda generazione, quella dei figli degli immigrati. Che qui trovano però una lingua rigida, vecchia, artificiosa. L'inglese è invece più flessibile, si presta all'innovazione». Ma attraverso quali processi può cambiare la lingua letteraria di un paese? Egi Volterrani, traduttore di Ben Jelloun, porta l'esempio della Francia. «Lì - dice - l'influenza degli immigrati è stata molto evidente. Su Nedjma, pubblicato nel 1956 dal drammaturgo arabo Kateb Yacine, sono state scritte decine di tesi di laurea. E' un romanzo che vive di scrittura, Yacine usa il francese con un fervore tale da rendere efficacemente atmosfere quasi intraducibili. Per ottenere questo risultato, non esita a cambiare la struttura della frase: non mette sempre il soggetto, non usa le dipendenti e, anche quando sceglie una sintassi tradizionale, lo fa in modo inaudito. Grazie ad autori come lui la letteratura francese ha perso aulicità. Poi altri fenomeni sono venuti, penso alla torrenzialità equatoriale di Sony Labou Tansi, ottenuta con l'utilizzo di centinaia di termini anziché accontentarsi di uno. Ma potrei portare altri esempi, per dire come l'attenzione posta dagli autori francofoni agli etimi delle parole, abbia segnato la narrativa francese». Più in generale, spiega l'americanista Marisa Bulgheroni: «La lingua prescelta tende ad essere modificata secondo due linee. La prima è una trasformazione profonda, ottenuta tramite invenzioni idiomatiche partite dalla lingua d'origine. La seconda è una trasformazione nascosta, che non altera formalmente la lingua acquisita, ma con qualcosa di simile a una pronuncia mentale la piega all'espressione di rituali e comportamenti che le sono estranei. C'è però una differenza fra le letterature anglofone o francofone, nate dal desiderio di dar voce a un passato soffocato, e il mutamento spinto dalla necessità vitale di comunicare in un paese nuovo, con una nuova lingua. In questo senso, quanto si annuncia in Italia è simile a ciò che è avvenuto negli Usa. Lì ogni etnia ha riformato l'inglese partendo dal proprio patrimonio, arrivando a creare delle vere e proprie letterature, poi entrate nella storia letteraria americana». Tre i grandi gruppi individuati da Bulgheroni: «Gli afroamericani, come Toni Morrison, oltre al loro bagaglio mitico, hanno trasferito nella scrittura la parlata dei neri, creando una lingua nella lingua, con i neologismi, lo slang legato al jazz che influenzò la beat generation. Gli ebrei che arrivavano da oriente hanno invece arricchito la letteratura di timbri, umori e ritmi nuovi. Penso alla sonorità jiddish trasportata nella scrittura di Malamud, Roth o Bellow. Poi ci sono gli indiani d'America, come Scott Momaday. Le loro opere non modificano la lingua, ma immettono nella scrittura un universo magico che confligge con quello circostante. Tornando all'Italia, penso che passeremo per una fase di espressività, con modi di dire, come quelli in siciliano di Camilleri, che pur forzando la convenzione, non riescono a diventare neologismi. Soltanto se l'immigrazione continuerà, l'italiano orale dei vari gruppi etnici giungerà ad arricchire d'invenzioni la nostra letteratura, com'è successo in America».