Il Gazzettino 12 agosto 2004

L’emigrazione con gli occhi di un bambino
Carmine Abate racconta com’è nato e sviluppato il romanzo “La festa del ritorno”

 di Carmine Abate

La storia della Festa del ritorno mi ronzava dentro da molti anni, addirittura da quando ho cominciato a scrivere, emigrato in Germania, negli anni settanta. Avevo ben chiari l’ambientazione (il mio paese arbëresh della Calabria fondato alla fine del Quattrocento dai profughi albanesi che fuggivano alla dominazione ottomana) e un sentimento di rabbia per la costrizione ad abbandonare la propria terra, a emigrare, subìta da milioni di italiani, tra cui mio nonno e mio padre. Per il resto, la vicenda era confusa, un ronzio appunto, sia pure necessario, ossessivo. Non ho nemmeno provato a scriverla prima, perché credo che di tutto abbia bisogno una storia per essere narrata, tranne che della fretta e delle forzature di qualsiasi natura. Ho perciò aspettato che maturasse come matura un frutto saporito sull’albero. E all’improvviso, quando meno me l’aspettavo, mentre stavo scrivendo un altro romanzo, ho visto attraverso gli occhi di un bambino di nome Marco le scintille di un grande fuoco, un padre che ha urgenza di parlare, che nasconde un segreto, un cane acciambellato che forse dorme o ascolta con apprensione.
Per scrivere un romanzo ho bisogno di un’immagine iniziale nitida, perfetta; quando l’ho trovata, ho scritto di getto, con la stessa urgenza che aveva il padre di Marco a raccontare, anche se poi le varie fasi della riscrittura sono durate alcuni anni, come mi succede con tutti i libri. Del resto, scrivere, per me, vuol dire riscrivere con l’umiltà e la fatica di un artigiano; stravolgere, se occorre, la versione precedente, tagliare il più possibile, fino all’osso, restando però fedele all’immagine iniziale, dove c’è il ritmo, il respiro della storia, lo sguardo del narratore.
Fin dall’inizio, Marco racconta il suo mondo col suo sguardo “puro” come se lo reinventasse ogni volta e vede il lato magico delle cose: forse per questo è un bambino felice, malgrado tutto, un bambino che assieme al padre recupera la memoria, che li lega profondamente, ma è proiettato sempre verso il futuro. Tutto questo lo dico col senno del poi, stimolato a riflettere sul testo da tanti lettori e giornalisti che mi hanno intervistato. Invece quando scrivo non ho nessun progetto, non ho tesi da dimostrare. A me piace narrare semplicemente delle storie che emozionino in primo luogo me, altrimenti è difficile che le emozioni vengano trasmesse al lettore. Insomma, sono per una letteratura emotiva, fatta di potenza, più che di testa. Forse per questo mi piace partire da esperienze autobiografiche, autentiche: anch’io come Marco ho avuto da bambino un padre emigrante e sono cresciuto in un paese arbëresh, immerso in una natura rigogliosa, libero. Poi però le storie vanno per conto loro, gli stessi personaggi mi dettano i ritmi, il finale, non si lasciano ingabbiare in percorsi precostituiti solo per creare dei facili colpi di scena o delle situazioni edificanti, ma agiscono liberamente, è come se diventassero delle persone, ognuna con la sua voce, la sua lingua. Del resto, un romanzo funziona - nel senso che emoziona chi lo scrive e chi lo legge - solo se riesce a diventare parola vera, autentica. Il mio sforzo è perciò quello di curare e dunque inventare il parlato fino a trasformarlo in lingua dello stile. Non è semplice, lo so. Le mie lingue (e quelle dei protagonisti della Festa) sono l’arbëresh, che è la mia madrelingua, l’italiano della mia scolarizzazione, il germanese - e in questo caso il “francese” - degli emigranti, ma sempre di più sono attratto e uso parole calabresi che poi a ben vedere sono di origine araba, greca, spagnola, parole che immediatamente mi evocano delle storie. Queste lingue mi piace mescolarle in un tessuto che però sia comprensibile al lettore, gli faccia godere la storia. Persino l’arbëresh si può capire dal contesto o, se la comprensione è difficile, lo esplicito con un inciso in italiano, rinunciando per principio a glossari perché la mia madrelingua per me ha la stessa dignità dell’italiano. Tutto questo non mi serve solo per il ritmo, per il tono del racconto, che pure sono fondamentali; soprattutto vorrei chiarire che non mi serve per ragioni di coloritura della pagina o di esotismo che strizza l’occhio alle mode. Mi serve invece per raccontare storie e il sentimento sotteso alle storie con una lingua che sia il sangue stesso dei personaggi. Quando il padre racconta le sue esperienze nelle miniere francesi o la sua storia d’amore, pur raccontando storie normali non è mai banale, anzi attraverso la sua lingua mescidata raggiunge una profondità e una ricchezza metaforica e simbolica che forse gli sarebbe impossibile con una lingua standard.
Il paese arbëresh di Hora mi interessa proprio perché è attraversata dal multiculturalismo e plurilinguismo dei suoi abitanti; Hora, pur essendo un microcosmo, contiene i grandi temi della vita, è un crocevia di storie – è incredibile quante storie aleggino in un mondo così piccolo – spesso legate alle partenze e ai ritorni e ancorate profondamente nel sociale.
Quanto al rapporto padre-figlio, nucleo centrale del libro, a me sembra un tentativo di riconciliazione, di avvicinamento fisico, quasi l’esigenza di un forte e lungo abbraccio, che la distanza, i continui addii hanno sempre ostacolato. Però il legame tra i due è comunque stretto, non conflittuale, malgrado vivano per gran parte dell’anno in mondi diversi. Si rispettano e si amano, senza mai dirselo e quando raccontano le loro storie, anche le più segrete che non avevano mai svelato a nessuno, finalmente si avvicinano, si capiscono.
Un’ultima nota sul titolo del libro, cui sono molto legato: da una parte richiama una festa vera che organizzo con un gruppo di amici in estate al mio paese e che ha lo scopo di far incontrare il paese che resta e il paese che parte; dall’altra, se è vero che il ritorno è anche dolore, il titolo pone l’accento sul lato gioioso, festoso del ritorno: così lo è stato per me bambino quando ritornava mio padre dall’estero, così lo è oggi per me quando dal Nord ritorno al mio paese: un viaggio continuo di riconciliazione. In fondo, il ritorno è un modo per non perdere un pezzo importante di noi, quello in cui sono racchiuse le nostre storie e la nostra memoria più profonda.