In: "Strumenti", nr. 46, agosto 2007

 

Verga e Abate. Un utilizzo didattico di

Mastro-don Gesualdo e La festa del ritorno

 di Gianluca Bocchinfuso 


Giovanni Verga e Carmine Abate sono due scrittori distanti per tempo, storia e vicende personali, ma, dal punto di vista letterario, permettono un utilizzo didattico molto interessante che cercheremo di capire in questo breve accenno di percorso pensato - con dovute variazioni, scelte e adeguamenti - sia per una classe III media inferiore che per una classe V superiore.

Saranno presi in esame e usati due romanzi: Mastro-don Gesualdo (1888) di Giovanni Verga e La festa del ritorno (2004) di Carmine Abate.  

Brevi note biografiche 

Giovanni Verga è nato  a Catania nel 1840. La sua famiglia vantava origini nobiliari e buone condizioni economiche che gli hanno permesso di avere un’educazione risorgimentale e romantica, curata dallo scrittore Antonino Abate e da Mario Torrisi.

Lo sbarco di Garibiladi in Sicilia spinge Verga a sospendere i suoi studi in Legge e a tuffarsi idealmente nelle vicende politiche del tempo. I suoi esordi letterari, infatti, sono tutti di matrice romantico-risorgimentale: Amore a patria (1857), I carbonari della montagna (1861), Sulle lagune (1863). Durante il soggiorno fiorentino - in cui conosce Luigi Capuana, che avrà una grande influenza sulle sue future scelte stilistiche e contenutistiche - pubblica Una peccatrice (1866) e Storia di una capinera (1871). Successivamente, si trasferisce a Milano e si confronta anche con il clima letterario della Scapigliatura.

I suoi successivi lavori, pubblicati tra 1873 e il 1876, sono i romanzi Eva, Tigre reale, Eros e la raccolta di novelle Primavera e altri racconti. La svolta letteraria avviene nel 1874, quando pubblica il bozzetto Nedda, novella che abbandona gli ambienti borghesi e piccolo borghesi e descrive realmente la Sicilia contadina e povera, attraverso un’umile raccoglitrice di olive: è il passaggio alla Letteratura del vero, con la nascita del Verismo, la strada italiana di quello che era il Naturalismo in Francia.

Le sue pubblicazioni successive, che hanno avuto alterne vicende di immediato successo e riscontro di critica e pubblico, sono: le novelle Vita dei campi (1878), Fantasticheria (1880), il romanzo I Malavoglia (1881), I ricordi del capitano d’Arce (1881), Il marito di Elena (1882), Novelle rusticane (1883), Per le vie (1883), Drammi intimi (1884), le novelle Vagabondaggio (1887), il romanzo Mastro-don Gesualdo (1888).

Vive gli ultimi trent’anni della sua vita (dal 1894 al 1922, anno della morte) per lo più a Catania, esluso brevi parentesi a Roma e Milano.

I mutamenti politici e letterari del primi anni del Novecento accantonano l’interesse per la letteratura verista. Dopo la guerra, Verga novelliere e romanziere di matrice verista viene riscoperto e lo scrittore, nominato anche senatore nel 1920, diventa uno dei pilastri della nostra letteratura del secondo ‘800, ruolo che gli si riconosce ancora oggi.

 

Carmine Abate è nel 1954 nato a Carfizzi, un piccolo paese poco distante da Crotone, in Calabria, abitato da una comunità arbëresche, cioè italo-albanese, discendente dagli albanesi che, alla fine del 1400, per sfuggire ai Turchi, attraversarono il mare e s’insediarono sulle coste calabresi. Questa origine, in tutti i romanzi di Abate, ritorna sia in chiave mitica, storica che linguistica.  

Come già era capitato a suo padre e com’è capitato a molti suoi coetanei, Abate, giovanissimo, emigra in Germania alla ricerca di quel lavoro che nel suo piccolo paese è sempre più difficile trovare. Il suo esordio letterario avviene in Germania dove pubblica, nel 1984, i racconti Den Koffer und weg! (edizione italiana ampliata, Il muro dei muri, 1993), in cui il tema della migrazione s’intreccia con quello della società nel suo complesso e del sistema produttivo.

Dal 1991 vive in Trentino, nel piccolo centro di Besenello, dove insegna ed è sposato con una donna tedesca, lettrice presso l’Università di Trento. Ripete spesso Abate: «Ho scelto di vivere a Besenello perché è a metà strada tra Amburgo, dove vive parte della mia famiglia e Carfizzi, dove ho gli altri parenti».

Ha pubblicato i romanzi Il ballo tondo (1991), La moto di Scanderbeg (1999), Tra due mari (2002), La festa del ritorno (2004, finalista al Premio Campiello), Il mosaico del tempo grande (2006) e la raccolta di poesie Terre di andata (1998).

Abate viene considerato una delle espressioni più originale della Letteratura della migrazione in lingua italiana - associato agli autori stranieri che vivono nel nostro paese e utilizzano la nostra lingua letteraria per esprimersi - in cui s’intreccia il tema dell’emigrazione di andata e ritorno, con quello delle pluridentità linguistiche, culturali e storiche (arbëreshe, italiana, calabrese, germanese).

I suoi libri, editi oggi da Mondadori, hanno avuto diversi riconoscimenti e sono tradotti in molti paesi.

 

Una lettura comparata dei due romanzi permette l’utilizzo in chiave convergente e divergente di alcune tematiche care ad entrambi gli autori.

Prima di fare questo tipo di operazione, i due romanzi autorizzano un’immediata riflessione storico-sociale:

- Mastro-don Gesualdo è un romanzo ambientato nel piccolo centro contadino di Vizzini, in provincia di Catania. Le vicende narrate sono contestualizzate nella Sicilia pre-unitaria, negli anni che vanno dal 1819 al 1848. Nel romanzo non mancano i riferimenti sia ai moti risorgimentali del 1830 che a quelli del 1848. L’ardore risorgimentale e giovanile di Verga ritorna, anche se qui prevale una chiave critica rivolta soprattutto alla vacuità della società nobiliare e terriera dell’Ottocento.

- La festa del ritorno è ambientato a Carfizzi, narrato con il toponimo di Hora, e racconta una Calabria post-repubblicana che vive delle ricchezze e della povertà della sua terra, orfana della sue braccia migliori, in un processo migratorio lento e inarrestabile che inizia negli anni cinquanta del Novecento e continua oggi.

La lettura storica permette un paragone e uno studio diretto tra:

1) la società siciliana dell’Ottocento, a maggioranza contadina e analfabeta e a minoranza alto borghese e nobiliare, con tutti gli squilibri che questo dualismo comporta in termini di diritti e di libertà. I contadini e gli zolfatari, alla vigilia dell’unità, riporranno le loro speranza in Garibaldi, ma saranno presto delusi, già durante il suo passaggio nell’isola (ricordiamo anche la novella Libertà dello stesso Verga  che racconta l’eccidio di Bronte).

2) la società calabrese dei decenni successivi al Secondo conflitto mondiale. Una società, soprattutto nelle aree più interne e isolate, costretta ad emigrare e fuggire alla povertà, anche negli anni in cui una parte del paese è interessata dal miracolo economico.

In Abate (anche se in lui è sempre vivo l’elemento della speranza) e in Verga - a distanza di un secolo e con condizioni istituzionali e socio-politiche cambiate - si ripetono i racconti di sofferenza, di povertà, di lotta, con l’aggiunta del distacco, che condizionano l’esistenza delle fasce più povere della popolazione e dei loro figli.

 

L’incipit narrativo 

Mastro Don Gesualdo

La festa del ritorno

Suonava la messa dell’alba a San Giovanni; ma il paesetto dormiva ancora della grossa, perché era piovuto da tre giorni, e nei seminati ci si affondava fino a mezza gamba. Tutt’a un tratto, nel silenzio, s’udì un rovinìo, la campanella squillante di Sant’Agata che chiamava aiuto, usci e finestre che sbattevano, la gente che scappava fuori in camicia, gridando:

- Terremoto! San Gregorio Magno!

Era ancora buio. Lontano, nell’ampia distesa nera dell’Àlia, ammiccava soltanto un lume di carbonai, e più a sinistra la stella del mattino, sopra un nuvolose basso che tagliava l’alba nel lungo altipiano del Paradiso. Per tutta la campagna diffondevasi un uggiolare lugubre di cani. E subito, dal quartiere basso, giunse il suono grave del campanone di San Giovanni che dava l’allarme anch’esso; poi la campana fessa si San Vito; l’altra della Chiesa Madre, più lontano; quella di Sant’Agata che parve addirittura cascar sul capo agli abitanti della piazzetta. Una dopo l’altra s’erano svegliate pure le campanelle dei monasteri, il Collegio, Santa Maria, San Sebastiano, Santa Teresa: uno scampanio generale che correva sui tetti spaventato, nelle tenebre.

- No! No! È il fuoco!... Fuoco in casa Trao!... San Giovanni Battista!

Gli uomini accorrevano vociando, colle brache in mano. Le donne mettevano il lume alla finestra: tutto il paese, sulla collina, che formicolava di lumi, come fosse il giovedì sera, quando suonano le due ore di notte: una cosa da far rizzare i capelli in testa, chi avesse visto da lontano.

- Don Diego! Don Ferdinando! - si udiva chiamare in fondo alla piazzetta; e uno che bussava al portone con un sasso.   

Dalla salita verso la Piazza Grande, e dagli altri violetti, arrivava sempre gente: un calpestìo continuo di scarponi grossi sull’acciottolato; di tanto in tanto un nome gridato da lontano; e insieme quel bussare insistente al portone in fondo alla piazzetta di Sant’Agata, e quella voce che chiamava:

- Don Diego! Don Ferdinando! Che siete tutti morti?

Dal palazzo dei Trao, al di sopra del cornicione sdentato, si vedevano salire infatti, nell’alba che cominciava a schiarire globi di fumo denso, a ondate, sparsi di faville. E pioveva dall’alto un riverbero rossastro, che accendeva le facce ansiose dei vicini raccolti dinanzi al portone sconquassato, col naso in aria.     

Le scintille ci avvolgevano, sembravano sciami d’api crepitanti; poi si azzittivano spegnendosi e ci cadevano sui capelli e sui vestiti come una bufera di neve, e mio padre diceva che un fuoco così non si era mai visto, pare fatt’apposta per schiaffarci dentro i ricordi più malamenti, diceva, e appicciarli in un lampobaleno, per sempre.

Stavamo ammirando il fuoco di Natale, quella notte, seduti sulla scalinata della chiesa di Santa Veneranda. Era stato acceso da poco e già aveva le sembianze di un vulcano imponente, dalle cui bocche si levavano fiamme alte e pennacchi di fumo. Anch’io avevo contribuito a quello spettacolo, andando in giro per i vicoli di Hora con i miei coetanei a raccogliere grossi ciocchi di legna che le famiglie donavano per la nascita del Bambinello.

Il sagrato si era riempito di persone di tutte le età che parlavano fitto fitto, a gruppetti, con la faccia al fuoco. Tre amici di mio padre vennero a sedersi accanto a noi e allora mio padre disse che aveva una sete beduina, colpa delle sarde salate piccanti di cui si era rimpinzato durante il cenone. Così mi mandò a comprare una cassa di birre al bar Viola. «Se non ci riesci a portarla da solo, » aggiunse «lasciati aiutare da qualcuno, mi raccomando.»

Andai di corsa al bar che si trova n piazza, mi caricai la cassa sulla spalla e mi avviai verso la chiesa, inseguito dal mio cane Spertina.

La cassa pesava più del previsto: non mi restava che stringere i denti e intanto farmi largo a fatica tra la folla.

Quando giungemmo davanti al sagrato, Spertina deviò verso la Kona. Non aveva paura nemmeno del diavolo ma appena vedeva un fuoco scappava con la coda tra le gambe.

«Bravo Marco,» mi disse mio padre mentre appoggiavo la cassa ai suoi piedi «oramai sei un giovanotto. Ti spetta la prima birra: te la sei meritata». E, senza chiedermi se la volevo, afferrò una bottiglia e la stappò con i denti. «Tié, bevi alla saluta mia e del Bambinello.» Poi offrì da bere ai suoi amici seduti accanto a noi.

Avevo quasi tredici anni. Prima di quella notte non avevo mai bevuto una birra intera, però mi piacque, andava giù senza cautela, come acqua fresca.

«Posso averne un’altra?» gli chiesi mostrandogli la bottiglia vuota. Mio padre mi guardò sbalordito.

«Giovinò, io te la do ma è l’ultima. E devi ziccare piano, altrimenti mi tocca riportarti a casa sulle spalle come un sacco di pomi di terra.»

Questi due incipit narrativi hanno toni e clima diversi, ma anche elementi comuni che si ripetono in tutto il romanzo. Un primo elemento è la coralità narrativa: in Mastro-don Gesualdo la popolazione di Vizzini è unita dalla disordinata corsa seguita allo scampanellio di chiese e monasteri che annuncia l’incendio a palazzo Trao; ne La festa del ritorno, la coralità a due (padre-figlio), davanti alla sola chiesa di Santa Veneranda, lentamente si allarga agli amici e al resto del paese, la notte di Natale, simbolo di comunione per eccellenza. I toni sono diversi: in Verga c’è confusione, paura, rassegnazione, spettegolio; in Abate, serenità, tranquillità, silenzio, familiarità sincera, in attesa della nascita del Bambinello.

Elemento comune e simbolico il fuoco.

In Verga, elemento distruttore, non solo materiale, perché divora parte del palazzo Trao; anche familiare, perché Don Diego, nel trambusto delle fiamme, scopre la sorella Bianca a letto con il cugino Ninì Rubiera, fatto che determinerebbe uno scandalo irreparabile, per fortuna passato inosservato perché tutti sono impegnati nello spegnimento dell’incendio. Fallito il matrimonio riparatore tra Ninì e Bianca, entra in scena Mastro-don Gesualdo che sposa Bianca, entra (mai accettato) nell’élite nobiliare, diventa padre di Isabella che nasce prematuramente, perché figlia in realtà di Ninì.

In Abate, il fuoco scalda e unisce persone e sentimenti. Nella notte di Natale avvolge tutti di calore e di silenzio e permette quella vicinanza di padre-figlio, quella comunanza di parole e gesti che si ripetono per tutto il romanzo. Non ci sono movimenti, se non il crepitio delle fiamme e i passi lenti della gente che si appresta ad entrare in chiesa. Anche qui, il fuoco ha un alto valore simbolico: come fuoco di Natale che detta il ritmo del tempo, il momento in cui il padre ritorna dalla Francia in paese e può godere dei suoi affetti più cari.

Entrambi i romanzi sono subito contestualizzati - a Vizzini e a Hora - e gli elementi descrittivi e reali servono ad introdurre i personaggi.        

 

La lingua

Verga

Abate

Utilizza prevalentemente l’italiano, ma lascia ampio spazio a termini siciliani tipicamente dialettali: un cucco (persona balorda), cunnuttu (collettore di scarico dei rifiuti), impresciuttito (rinsecchito), rastrello (cancello), paratore (artigiano che cura le decorazioni), pettata (salita ripida), occhietto ammammolato (palpebra socchiusa), erano spulezzati (andati via in fretta), una grembiata (quanto può essere contenuto in una grembiule), reste (filze di frutti attraversate da uno spago), strologare (sognare), col squinci e linci (con ricercatezza ridicola), petronciani (melanzane), sorgozzoni (colpi dati alla gola), ecc.     

 

L’utilizzo di parole dialettali permette a Verga di riprodurre quella società reale o società del vero che, dopo la pubblicazione di Nedda, è la protagonista di tutti i suoi lavori letterari. Non a caso, Verga nel romanzo non entra con nessun commento personale, perché a parlare è la lingua per bocca dei protagonisti.

Termini popolari e di uso comune ricorrono anche nei nomi che l’autore dà ai personaggi, ad iniziare dal protagonista, Mastro-don Gesualdo (sintesi del romanzo: il don acquisito attraverso il matrimonio con la nobile decaduta Bianca Trao non cancella il mastro dell’uomo abile nel suo lavoro, di basse origini, che ha accumulato la sua roba da sé per tutta una vita, preso sempre dai suoi affari), fino a Mastro Nunzio, Nanni l’Orbo e a tutti quei don, donna e compare prima di tanti nomi di personaggi secondari.  

Le scelte linguistiche di Abate sono complesse, ma, nello stesso tempo lineari. Abate, nei suoi romanzi, utilizza l’italiano come lingua narrativa, ma rende le sue storie più particolari (e originali) attraverso l’intreccio di espressioni dialettali calabresi, ma anche parole arbëreshe e idiomi nati dal germanese, la lingua parlata in Germania dagli emigranti italiani.

Per tali motivi, una riflessione linguistica su questo romanzo permette di incontrare tutte queste lingue/dialetti insieme: Spertina (da sperta, cioè intelligente), ziccare (bere), një ziarr shumë i bukur (in riferimento al fuoco superbo), appicciato (acceso), Te ku vete? (Dove vai?), sugneggiante di condimenti (con molti condimenti), haje gji’ buken e sacicën (mangia il pane e la salsiccia), ecni këté (andate via), këcupe (dolce pasquale), Fròncia (Francia), zonje (anziane signore), sparagnare (risparmiare), varrònche (burroni), cioto (pazzo), minzognaro (bugiardo), cacatello (fifone), contando (raccontando), e molte altre.

 

L’utilizzo di termini dialettali e arbëreshe spinge Abate a costruire periodi narrativi che spesso si reggono su un dialetto italianizzato. Scelta voluta, per rendere pienamente il messaggio, di forma e di contenuto, che vuole dare e per avvicinare il lettore in maniera diretta alla storia che vuole raccontare e alla pluridentità dei suoi personaggi, sempre divisi tra due o più paesi. E ci riesce, perché questi costrutti risultano facili da comprendere anche a chi calabrese o arbëreshe o germanese non è.         

          

Il rapporto padre-figlio 

Mastro-don Gesualdo

La festa del ritorno

Sono due i rapporti padre-figlio che si delineano nel romanzo e che fungono da elementi principali insieme ad altri: il rapporto tra Mastro-don Gesualdo e suo padre Mastro Nunzio; il rapporto tra Mastro-don Gesualdo e “sua” figlia Isabella.

Il primo è un rapporto di rispetto di Gesualdo per il padre, ma non di stima. Potremmo definirlo un rapporto di cortesia imposta. Gesualdo e Mastro Nunzio hanno sempre parlato poco e sono rimasti distanti da molte cose. Crescendo, questo rapporto è sempre rimasto intatto, diventando sempre più uno sforzo formale. Mastro Nunzio viene dipinto come la classica persona che s’intestardisce a fare tutto, ma crea problemi ai quali poi deve porre rimedio Mastro-don Gesualdo, beccandosi anche i rimproveri del padre che impreca contro di lui che non gli porta rispetto.

Il secondo è quello tra Mastro-don Gesualdo e Isabella, in realtà figlia illegittima di Ninì Rubiera. Per quanto si sforzi, Mastro-don Gesualdo entra in rapporto con Isabella solo per quanto riguarda l’educazione scolastica che le vuole assicurare a Vizzini e a Palermo. Tra i due non è mai vero amore: Isabella non tollera le origini popolari del padre e lo vive solo come colui che le garantisce economicamente studi completi. Non esiste dialogo né intimità di affetti. Gesualdo non potrà mai cercare l’amore di altri figli, perché la moglie, fino alla morte, sarà debilitata dalla tisi e impossibilitata ad avere altre gravidanze. Isabella sposerà il duca di Leyra, come la mamma, senza amore, ma solo per scelta riparatrice.     

Il rapporto tra il padre (Tullio) e il figlio (Marco) è l’elemento centrale del romanzo di Abate.

La genuinità e la semplicità, ma anche la dolorosità di questo rapporto, sono rievocate già dal titolo: la festa del ritorno rimanda alla festa degli emigranti che ogni anno si svolge a Carfizzi (e lo scrittore è uno degli organizzatori), momento di legame e di riconciliazione tra chi è rimasto nel paese e chi l’ha lasciato e vi fa annualmente ritorno. Anche Marco è in festa ogni volta che il padre ritorna dalla Francia durante i periodi di vacanza: «Natale è la festa più bella perché torna mio padre dalla Francia». E, di conseguenza, Marco è triste ogni volta che il padre parte e, spesso, lo fa di notte per non vedere il figlio piangere o forse perché non vuole che il figlio lo veda piangere. Nel rapporto tra Tullio e Marco c’è anche la cruda realtà di generazioni che s’incrociano nel destino del lavoro, che comporta partenze verso terre lontane per avere un futuro. E consente ritorni per ritrovare facce amiche, parenti, affetti. Sono i passi in cui questo rapporto non unisce solo un padre e un figlio, ma racconta la comunanza di tanti padri e tanti figli costretti a rapporti a distanza, fatti di privazione e di attesa prima di rivedersi e gioire.

Tullio e Marco sono anche legati da tutti i simboli, naturali e umani, che scandiscono la vita di Hora: le feste religiose e popolari, i vicinati, le stagioni, le viuzze ciottolose, le abitazioni, le amicizie, la campagna, il viaggio, l’afa, i racconti.      

  

 

La Letteratura del vero 

Verismo

Realismo magico

Nel Mastro-don Gesualdo il verismo verghiano diventa atto d’accusa alla nobiltà decaduta del suo tempo, avida di denaro, insensibile ai valori etici e vinta da scelte immorali e di convenienza.

Di contro ci sta la classe sociale rappresentata dal lavoratore infaticabile di Gesualdo che lavora una vita, saltando i pasti e crede, con il “giusto” matrimonio, di essere entrato nella società che conta. Rimane, invece, sempre un vinto, perché la sua accumulazione di ricchezza non colma il margine tra la sua origine popolare e quella nobile.

Dai suoi familiari diretti e da tutti i nobili del paese, è considerato sempre un escluso, socialmente diverso.  

 

La festa del ritorno non è solo un atto di accusa delle condizioni misere che spingono migliaia di calabresi ad abbandonare i loro paesi d’origine per trovare lavoro altrove. È anche un romanzo di formazione - insieme storia d’amore personale e storia di umiltà collettiva - che si sviluppa in un tempo e in situazioni che, nel racconto, cercano anche “fughe” mitiche e storiche, con i continui richiami al passato (linguistici, culturali e storici delle comunità arbëresche).

La realtà raccontata da Abate, poi, si tinge di elementi simbolici che rendono la storia con una cornice in cui gli antenati fanno tutt’uno con i giovani, in un unicum inscindibile. I suoi personaggi, però, non sono mai dei vinti, ma vivono sempre della speranza e della forza delle loro radici.

 

Conclusioni

Abate - con altri autori meridionali come Montesano, Alajmo, De Silva - da certa critica, è considerato espressione di quella nuova letteratura meridionalista (etichetta molto limitativa) nata negli ultimi decenni. La sua è una letteratura che parla del Sud ma allarga i suoi orizzonti, cercando di riprendere e raccontare le radici - passate e presenti - di tutte quelle persone che dal Sud partono e al Sud ritornano, tenendo fermo quel senso di identità che non rimane mai uguale a se stesso. Perché ne incontra altri, mutando sempre.

Se Verga, oltre un secolo fa, aveva denunciato la situazione delle classi più umili e vinte della Sicilia del suo tempo, rimanendo però in un’ottica chiusa, tutta siciliana, Abate allarga la sua denuncia oltre i confini della Calabria e accomuna le vicende di molti calabresi a quelle di milioni di migranti che vivono e attraversano il mondo.

Per questo, il suo meridionalismo è parte integrante della Letteratura della migrazione in lingua italiana che, da oltre quindici anni, caratterizza la nostra Letteratura e che ha portato decine di scrittori provenienti dal Sud del mondo (e non solo) ad utilizzare la nostra lingua per raccontarsi e raccontare.